E se Monti l’euro-salvatore diventasse Monti l’euro-affossatore?

Alla stampa internazionale potrà essere imputato di trattare talvolta i temi italiani con l’accetta, ma Wall Street Journal e Financial Times – tanto per fare due nomi – non possono certo essere accusati di aver finora osteggiato Mario Monti in maniera aprioristica. Eppure ieri anche i due quotidiani economici anglosassoni non nascondevano qualche dubbio sugli effetti della cura che il governo italiano sta somministrando all’economia italiana.
5 APR 12
Ultimo aggiornamento: 13:39 | 16 AGO 20
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Alla stampa internazionale potrà essere imputato di trattare talvolta i temi italiani con l’accetta, ma Wall Street Journal e Financial Times – tanto per fare due nomi – non possono certo essere accusati di aver finora osteggiato Mario Monti in maniera aprioristica. Eppure ieri anche i due quotidiani economici anglosassoni non nascondevano qualche dubbio sugli effetti della cura che il governo italiano sta somministrando all’economia italiana.

Monti è quanto di più simile a Margaret Thatcher si sia mai visto a Palazzo Chigi, spiegava solo il mese scorso un editoriale del giornale più letto a Wall Street, eppure ieri il titolo dell’apertura della prima pagina era il seguente: “L’austerity italiana mette in pericolo l’economia”. Svolgimento: “I dati suggeriscono che i recenti aumenti delle tasse stanno aiutando l’Italia a ripianare il suo deficit fiscale, ma che allo stesso tempo stanno spingendo l’attività economica a contrarsi in maniera più rapida”. Nel primo trimestre 2012, infatti, il pil è diminuito già dell’1 per cento rispetto alla fine del 2011, secondo le stime di Confindustria riportate dal quotidiano edito da Rupert Murdoch.

Numeri negativi da aggiungere a quelli comunicati ieri dalla Banca d’Italia, riferiti a una fase precedente all’insediamento di Monti: durante la fase più acuta della recessione, nel biennio 2008-2009, il reddito delle famiglie italiane è infatti diminuito del 4 per cento a fronte di un pil in calo del 6 per cento; diminuzione che arriva al 7,5 per cento pro capite rispetto alla primavera del 2008, prima della crisi.

Il Financial Times, sempre ieri, prendeva invece atto di una conseguenza politica, ma comunque preoccupante dal punto di vista degli investitori, delle stesse misure di austerity: “La luna di miele di Monti finisce – era il titolo di apertura della pagina tre – nel momento in cui i tagli si fanno sentire in patria”. Il ragionamento, corroborato da alcuni sondaggi d’opinione, è semplice: “Ora, con gli aumenti delle tasse che entrano in vigore, si cominciano a sentire i pieni effetti del pacchetto di austerity da 30 miliardi di euro approvato a dicembre da Monti. Effetti esacerbati dai prezzi crescenti del petrolio e dai bruschi aumenti nelle bollette energetiche”.

Il problema è tanto più preoccupante quanto più non riguarda la sola Italia: “L’Europa insiste con misure di stretta fiscale – si leggeva ieri in un altro articolo del Wsj – tra le critiche sempre più vivaci che vengono mosse da economisti e leader politici, secondo i quali invece questa strategia starebbe facendo male all’economia già fragile del continente”. E’ soprattutto negli Stati Uniti che si concentrano i critici dell’Europa troppo rigorista. In uno studio appena pubblicato, l’economista della University of California Brad DeLong e il suo collega Lawrence Summers (già segretario al Tesoro di Obama) sostengono che in un’economia a crescita risicata, nella quale però i tassi d’interesse sul debito siano bassi, i tagli alla spesa pubblica non fanno altro che deprimere la domanda e indirettamente far diminuire il gettito fiscale. Conseguenza: il rigore è importante, specie in paesi come la Spagna, ma altri stati – vedi Stati Uniti, Germania e Olanda – farebbero bene a non eccedere con l’austerity se non vogliono rallentare la ripresa globale.

Ieri comunque il presidente della Banca centrale europea è tornato a sferzare i governi. Dopo la riunione del board della Bce che ha lasciato i tassi invariati ai minimi dell’1 per cento, Mario Draghi ha infatti ribadito la necessità di rivedere “il modello sociale europeo”. Il responsabile di Francoforte, a dire il vero, ha insistito più sulle riforme strutturali pro crescita che sul risanamento dei conti pubblici, ma i richiami ai governi non si discostano troppo da quelli in arrivo dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Le Borse europee hanno comunque chiuso in rosso, dopo che la Spagna è riuscita a piazzare sul mercato appena 2,59 miliardi di bond, contro un massimo previsto di 3,5 miliardi, dovendo offrire tra l’altro rendimenti più alti rispetto alle aste precedenti. Lo spread Btp-Bund è tornato anch’esso a livelli di guardia, sfiorando i 360 punti base.